Lo chiamano stress da social networking e da smartphone. Si traduce nella smania di essere aggiornati, nel continuo verificare - sul proprio smartphone, appunto - se sono giunte notifiche da social network come Facebook o Twitter, se sono arrivate email a cui rispondere, ma anche semplici SMS (pratica in calo).
Non stiamo parlando di una semplice verifica quotidiana, ma di una vera e propria ossessione. Anzi, praticamente una patologia da curare secondo uno studio condotto dall’Università di Worcester e presentato nei giorni scorsi in occasione della British Psychology Conference, che ha coinvolto nei scorsi un totale di cento volontari.
Questi ultimi, tutti studenti universitari o lavoratori nel settore pubblico e del commercio, sono stati sottoposti a questionari e ad un test psicometrico che ha valutato, appunto, il loro livello di stress. Gli stessi esperti hanno indotto delle vibrazioni fantasma ai partecipanti in modo da simulare una nuova notifica sul telefono.
Dai test è emerso che lo smartphone gioca un ruolo significativo nell’aumento del livello complessivo di stress, poiché le persone sono spinte a ricercare e attendere continuamente nuove notifiche e nuovi messaggi. Del resto, come sostengono anche i ricercatori, la natura dello smartphone è proprio quella di semplificare la vita degli utenti, permettendo loro di lavorare in mobilità e di essere aggiornati sulle news/notifiche più importanti anche quando non sono connesse ad una rete fissa.
Un grande vantaggio, certo, ma che ha un rovescio della medaglia: questo strumento aumenta lo stress di chi lo possiede, gettandolo in un vortice dal quale è sempre più difficile uscire e rendendo difficile distinguere tra la propria vita personale e sociale e quella virtuale. Le applicazioni da scaricare, SMS ed email a cui rispondere, social network da monitorare creano un comportamento ossessivo da parte degli utilizzatori.
“Bisognerebbe incoraggiare le persone a staccarsi dalla propria vita virtuale e a spegnere il telefono per qualche ora ogni giorno”, ha spiegato Richard Balding, principale autore dello studio.
di Camilla Di Marcantonio







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