Il dibattito sul rapporto tra cellulare e salute è ormai accesissimo, poichè prove certe sulle problematiche create dalle radiazioni non sono ancora presenti, lasciando spazio, quindi, a discussioni d’ogni genere.

Uno sviluppo a questa spinosa questione è stato registrato a Brescia, in seguito alla sentenza da parte della Corte d’Appello, in grado di prendere una posizione molto netta sull’argomento, probabilmente creando anche quel che viene definito “un precedente”.

Un uomo, appellatosi alla suddetta Corte, ha visto riconoscersi lo stato di malattia professionale dopo la diagnosi di un tumore benigno al trigemino. La nascita di quest’ultimo è stata attribuita ad uno smodato utilizzo del cellulare da parte dell’uomo, nel periodo compreso tra la seconda metà degli anni ’90 ed il 2000.

I tempi in cui l’uomo viveva in simbiosi con il cellulare, effettivamente, era alquanto estesi: oltre cinque ore al giorno, con l’apparecchio a contatto con l’orecchio (ed il cervello), prettamente per motivazioni di carattere lavorativo. E proprio queste ultime, gli sono valse il riconoscimento della malattia professionale.

E’ la prima volta in assoluto che un organo giudiziario, quale la Corte d’Appello, vada ad instaurare una relazione diretta, per di più agendo di conseguenza, tra l’utilizzo dei cellulari e la salute dei consumatori, la quale verrebbe colpita da patologie quali forme tumorali.

Certo, un dato è certo: il nostro corpo, no, non è fatto per ricevere radiazioni. Tantomeno con la frequenza a cui è sottoposto, tra wireless, cellulari e satelliti, al giorno d’oggi. Eppure i dubbi al riguardo rimangono vivi, e sono molti: siuquali basi è stata decisa la sentenza bresciana?

E soprattutto, quando il mondo della medicina, così evoluto, darà un responso definitivo sui risvolti che quest’utilizzo massiccio di tecnologia comporta sul genere umano. In attesa, rimarrà da vedere come la giustizia italiana, dopo la suddetta sentenza, interpreterà il rapporto tra salute e telefonia mobile.

di Matteo Aldamonte


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